La superficie delle cose è la parte visibile di esse, è quella esposta all’esterno, che le definisce e le distingue dal resto del mondo. Il concetto di superficie ha grande importanza nei processi conoscitivi, anche quando si parla di astrazioni. Pur essendo infatti l’oggetto iniziale di ogni conoscenza, di rado ne è però il fine ultimo.

In un certo senso possiamo vedere il mondo fenomenico come la superficie per l’azione conoscitiva delle discipline scientifiche. I modelli e le teorie che tentano di spiegare i fenomeni sono allora i tentativi di andare oltre.

Analogamente, l’aspetto e il comportamento di una persona possono essere visti come le dimensioni superficiali di una vita umana, la parte esposta al mondo.

Cosa c’è oltre la superficie delle vite? C’è sicuramente una corporeità nascosta alla vista, fatta di strutture cellulari, di organi e tessuti, ma ci sono anche un certo numero di sistemi complessi. Sicuramente la memoria, la coscienza e la coscienza di sé. C’è un mondo onirico, ci sono caratteristiche forse derivanti da fattori genetici e fattori esperienziali.

Sulla base di quello che sappiamo, sulla base della superficie delle vite quindi, potrei distinguere un essere dotato di esperienza cosciente da un sistema artificiale capace di riprodurne il comportamento?

Questa domanda, che nasce dalla necessità di inquadrare il ruolo nel mondo che verrà dei sistemi IA, ha la positiva conseguenza di illuminare una carenza importante della cultura di massa occidentale: non sappiamo cosa sia la coscienza, almeno non nel senso più concreto.

Come influisce la coscienza sulla nostra vita, sul nostro comportamento?

È plausibile che i sistemi di IA riescano a riprodurre in modo sempre più convincente nel futuro immediato le manifestazioni esteriori del ragionamento e della decisione.

Avere coscienza di sé, come centro autonomo e individuale di percezione e di attenzione, non è una caratteristica che produca conseguenze comportamentali osservabili che siano prova certa di un’esperienza soggettiva.

La coscienza è un argomento al centro di molti culti religiosi, e può essere utile partire dall’esperienza e dalla concezione che ne hanno per tentare di rispondere a quella domanda.

Nel cristianesimo per esempio è prassi raccomandata, quella di chiudere la giornata con un esame di coscienza. Si tratta di analizzare il proprio comportamento rileggendo nella propria memoria le vicende del giorno, di capire gli errori o le mancanze che ci sono state, e di impegnarsi a non replicarli con l’aiuto di Dio.

Questa pratica, al di là degli aspetti religiosi, può portare una persona ad abituarsi a considerare il proprio agire e i propri pensieri come altro da sé, tanto da poterli guardare con distacco e giudicarli.

Emerge qui un elemento distintivo della coscienza diverso dal pensiero razionale, dalla reazione agli stimoli o dall’emotività. Queste ultime infatti sono tutte caratteristiche che nel futuro immediato presumibilmente sarà facile implementare, tramite moduli funzionali dedicati, dentro un complesso cervello IA. Si potrebbe obiettare che anche un modulo che sorveglia e supervisiona queste funzionalità sia facilmente implementabile. Resta però aperta la domanda se un sistema di supervisione esaurisca ciò che intendiamo per autocoscienza oppure se l’esperienza soggettiva comprenda un aspetto non interamente descrivibile attraverso le funzioni svolte dal sistema.

Questa differenza che sembra sottile potrebbe essere estremamente significativa.

Nel mondo islamico, in alcune tradizioni sufi, i Dervisci praticano una danza rituale che li porta a muoversi ruotando su sé stessi continuamente e a lungo con la mano destra rivolta verso l’alto e la sinistra verso il basso, con l’idea di staccarsi dai pensieri terreni e unirsi a Dio attraverso un atteggiamento di assoluta umiltà.

Si può supporre che questa pratica li porti a identificarsi stabilmente con la propria coscienza separandosi dai sensi e dai pensieri.

La capacità di essere in uno stato distinto dai propri pensieri e dalla propria emotività, mantenendo quindi stabilmente la presenza, la coscienza di sé, rivelerebbe una definizione costante nel tempo. Raggiunto quello stato, si evidenzia un’ulteriore caratteristica, la coscienza è attiva, stabile e presente anche senza gli stimoli esterni combattendo i quali si è giunti a essa.

In alcune rappresentazioni della mistica ebraica, la vita dell’anima è articolata in più livelli, fra i quali Nefesh, Ruach e Neshama. Essa offre un’immagine stratificata della vita interiore.

Anche questa caratteristica potrebbe essere un elemento distintivo rilevante.

Questa breve e del tutto incompleta carrellata serve a indicare possibili vie per ragionare su come distinguere la coscienza umana da quella delle IA.

Le tradizioni considerate attribuiscono valore alla possibilità di osservare, valutare o trascendere i contenuti dell’esperienza.

Abbiamo infatti ipotizzato che la coscienza abbia una complessità fatta di livelli gerarchici, una definizione stabile e indipendente dalle sfere emotiva, sensoriale e razionale. Abbiamo inoltre ipotizzato che possieda un nucleo attivo anche quando nessuna attività è richiesta.

Possiamo allora chiederci cosa rimanga a un sistema IA qualora lo si renda capace di dissociarsi dal pensiero razionale e dai suoi ‘sensi’, ossia dagli accessi a sensori o canali di comunicazione esterni?

Un modulo di supervisione dei processi ‘operativi’ del sistema, anche supponendo di utilizzare reti neurali, che esauriti gli input esterni si alimentino con processi esclusivamente interni, non potrebbe mostrare che quell’attività solo interna abbia una sua coerenza e sia cosciente di sé.

Certamente la stessa obiezione potrebbe essere fatta per la vita biologica, ma l’intero discorso ha un senso profondo per chi ritiene che oltre la superficie della vita ci sia altro, ed ha al più un senso meramente pratico per chi ritiene che la coscienza sia solo frutto di interazioni tra processi concorrenti.