L’IA insegnante di storia fece una pausa, lasciando il tempo agli alunni di metabolizzare le nozioni dell’ultima lezione sulla storia pre-Federazione e di immaginare l’esplosione di vitalità del decennio di transizione.

Marco era completamente assorbito dalla lezione. La descrizione del periodo chiamato “La primavera dell’uomo” lo aveva affascinato. Il pensiero di essere una particella spinta a folle velocità verso l’universo, senza nessuna idea del percorso, lo faceva sentire vivo.

L’avatar di Marco girò lo sguardo verso le ampie vetrate da cui si vedevano paesaggi naturali, ripresi in tempo reale dal mondo esterno. Sapeva che si trattava di una realtà simulata, ma era piacevole come lo erano i paesaggi reali.

Al suo fianco, sulla destra c’era l’avatar di Lidia, anche lei assorbita completamente dalla lezione. Le diede un’occhiata veloce. Gli avatar per consuetudine, da oramai tanti anni, dovevano essere una riproduzione pressoché perfetta delle persone che rappresentavano, almeno quando si presentavano in luoghi o con ruoli istituzionali. Per cui Marco, quando Lidia si girò verso di lui, colse lo stesso sguardo profondo della Lidia reale, che lo aveva conquistato quando si erano conosciuti.

“Per avere un’idea del fermento di quel periodo, ecco alcune proiezioni dell’epoca …” Riprese l’IA insegnante.

I suoni delle voci delle strade di Mumbai, i dervishi rotanti e la loro sema in piazza del museo di Mevlana a Konya, la danza degli umanoidi a Nuova Pechino, lo spettacolo dei droni anfibi della provincia cinese di Taiwan, i suoni pseudo naturali dei concerti all’aperto delle bio-tecno band in Spagna, i raduni mascherati delle piazze delle città più importanti dell’Africa Centrale, gli spettacoli teatrali di satira delle piazze di Roma, e tante altre manifestazioni di vitalità furono mostrate in sequenza.

Marco aveva già visto tutti quei luoghi e vissuto tutte quelle esperienze con la suite d’immersione virtuale completa che aveva ricevuto in regalo al compimento della sua maggiore età, 15 anni, quattro anni prima quindi, nell’anno 2090.

Aveva potuto sentire gli odori e toccare quei posti. La suite d’immersione realizzava tutto questo interagendo in qualche modo con il sistema nervoso umano, o almeno questo gli avevano spiegato i suoi genitori.

Il desiderio di un’esperienza non controllata e non sicura, a differenza di quella che aveva fatto da casa, lo attirava da sempre e faceva correre la sua immaginazione. Ogni volta che si parlava del mondo esterno, questa forte tensione lo pervadeva e gli faceva provare un senso di eccitazione e insieme di ansia, come quando si attende un evento importante e imminente.

Riflettendo su questa sua spinta all’avventura, gli venne in mente che forse anche la sua relazione con Lidia era dovuta a essa. Costruita su uscite reali, passeggiate per il centro storico di Roma, e contatti fisici come il gesto di camminare tenendosi per mano.

Pensò a Lidia e a quanto fossero espressivi e profondi i suoi occhi. Lo fissava spesso con quello sguardo che sembrava voler scavare nella sua anima. La cosa non lo turbava, anzi gli regalava un senso d’intimità. Sentiva di condividere con lei più delle esperienze, degli studi, delle effusioni reali. Sentiva che quello era un legame vero. Credeva nella sincerità di un rapporto come il loro, fuori dai protocolli formali, anomalo per il tempo.

Marco si trovò a considerare con una certa apprensione che ultimamente in effetti Lidia aveva rifiutato tutte le esperienze di immersione totale condivisa. Qualcosa stava cambiando in lei, ma non riusciva a intuire cosa.

L’apprensione che provava lo riportò a concentrarsi su se stesso.

Ricordava quando aveva deciso di sospendere l’assunzione dei farmaci stabilizzatori e aveva cominciato a prendere contatto con la chimica reale della natura umana. Le sensazioni altalenanti di euforia, spensieratezza e allegria seguite da tristezza, pesantezza e infelicità lo avevano condotto su un terreno inesplorato, ma sentiva che lo avevano risvegliato.

Aveva notato lo sguardo sbalordito e quasi disgustato dei suoi amici quando rideva senza controllo oppure mostrava rabbia o risentimento. Anche in famiglia, aveva visto i suoi genitori fissarlo come per capire che sorta di malattia avesse preso il loro figlio, quando reagiva con affetto alla loro giusta premura da genitori, o con insofferenza alle loro preoccupazioni naturali. Imparò che la difesa della conquista di quella sua nuova libertà richiedeva cautela, dissimulazione e attenzione.

Aveva studiato amici e familiari per capire che comportamento si attendessero da lui, e aveva capito che era sufficiente allenarsi a mantenere un tono di voce neutro, positivo e a nascondere le reazioni fisiche più scomposte. Poi bastava memorizzare i contenuti dei corsi di istruzione, e far sembrare di accettarli senza alcuna obiezione quando si esprimevano pareri in famiglia o con gli amici. Il conformismo era il prezzo della sua libertà segreta.

In tutto ciò Lidia era stata una sorta di conferma positiva per il suo percorso di autocoscienza. L’aveva conquistata con il suo lato nascosto, non con i consueti e codificati riti di corteggiamento fondati su passioni e interessi comuni o prospettive future per una vita agiata, comoda e senza rischi.

Lidia inizialmente era rimasta spiazzata e quasi intimorita dagli inusuali comportamenti di Marco, che, aveva notato, aveva solo nei suoi confronti. Aveva finito per apprezzarli però e ora spesso era lei stessa la prima a proporre iniziative fuori dagli schemi. Il viaggio a Mumbai in programma per l’indomani era stato organizzato da lei.

Un viaggio reale, di tre ore, dentro le capsule intercontinentali. Era un’esperienza che si tendeva a evitare. Oramai sembrava che nulla richiedesse più la presenza fisica.

Marco spesso le diceva che vivevano in una sorta di intricata rete di entanglement quantistici, realizzati grazie a tutta quella serie di dispositivi biotecnologici che permettevano di portare al cervello le esperienze complete di interazione in quasi qualsiasi punto del pianeta istantaneamente.

Avevano provato la sensazione di essere un puntino nello spazio con la Terra o con Marte davanti a sé, oppure di volare come un’aquila in alta quota. Quelle esperienze, le avevano dentro, come se le avessero veramente vissute, ma sapevano di non averle vissute veramente …

La lezione dell’IA insegnante del corso di storia era terminata. Lidia, seguendo il consiglio di Marco aveva memorizzato tutte le nozioni esposte per poterle esporre in famiglia e all’esterno come garanzia della sua conformità. La lezione appena terminata sulla nascita del Governo Federale Planetario, sul decennio di transizione, denominato pomposamente “La primavera dell’uomo”, aveva lasciato fuori qualsiasi riferimento alla zona franca.

Le moderne tecniche di apprendimento li avevano resi esperti praticamente di tutto, ma erano completamente ignari di tutto, del tutto reale almeno. Inoltre alcuni argomenti erano chiaramente considerati tabù e venivano nominati solo per completezza e sempre con un corredo di connotazioni negative.

Lidia era eccitata all’idea del viaggio che aveva progettato per l’indomani. Questa volta Marco sarebbe rimasto esterrefatto. La libertà che Marco le aveva insegnato non le bastava più. Aveva cominciato a coltivare pensieri che non condivideva nemmeno con lui. Voleva che quella libertà interiore la portasse a una vita libera, ma non capiva se Marco fosse pronto a quel passo. Con lui condivideva il suo vero modo di essere, ma non tutta se stessa.

Marco l’aveva portata su una strada senza ritorno. Le esperienze virtuali anche completamente immersive ora la mettevano a disagio. Non credeva che fosse solo il pensiero di essere al sicuro come Marco spesso diceva. Pensava che fosse un insieme di percezioni del mondo esterno che non raggiungevano la soglia della coscienza a fare la vera differenza.

Aveva usato gli strumenti di auto-diagnostica fine per paragonare le tracce biochimiche ed elettromagnetiche nel suo corpo lasciate da due esperienze simili: stessa escursione sul Monte Terminillo, vicino Roma, fatta prima in virtuale e poi nella realtà. I resoconti diagnostici li aveva fatti analizzare e confrontare dalla sua IA personale. La sua IA aveva evidenziato che l’esperienza virtuale aveva avuto su di lei un impatto simile a quella reale nel sistema nervoso centrale e in quello enterico, al netto delle differenze esercitate dall’azione fisica del movimento nella realtà. Lidia aveva chiesto di approfondire il confronto fino alla reazione del sistema di linfonodi, dell’epidermide, dei terminali nervosi periferici. Allora la sua IA aveva dovuto ammettere che a quel livello si notavano delle differenze, pur precisando che gli strumenti e la procedura seguita non garantivano la solidità di quella sua intuizione. A lei bastava. Questo era compatibile con la sua idea che le differenze tra le due tipologie di esperienze fossero invisibili a livello cosciente, e tuttavia fossero presenti. Per lei era una conferma indiretta della sua idea, o almeno del fatto che avesse una qualche plausibilità scientifica.

La mattina del giorno del viaggio, Lidia si svegliò presto, la luce dell’alba cominciava appena a rischiarare la sua stanza. Dopo la routine della cura personale si trovò pronta di fronte al suo specchio virtuale, si sentiva più viva, in una sorta di stato febbricitante, come sempre le accadeva prima di un’esperienza reale.

Registrò all’IA familiare un messaggio di saluto ai genitori, che erano fuori per lavoro, e poi un secondo messaggio da consegnare loro solo per il giorno dopo e uscì di casa.

“Buona giornata e buona vita, Lidia” disse l’IA familiare. Lidia si voltò verso l’interno di casa con un brivido che le percorreva la schiena e una sensazione di freddo che l’attraversò. Poi decise di accantonare le domande che voleva rivolgere all’IA per l’insolito saluto e uscì. Non aveva comunque più importanza.

Un taxi volante l’attendeva. I sibili dei tubi ad alta velocità, e dei mezzi di volo cittadino riempivano l’aria intorno, e come sempre avvertì con fastidio quell’odore tenue di ambiente asettico minimamente modificato dall’odore di alberi e piante del vicino parco naturale. Si strinse nella sua giacca termica per cercare calore e conforto.

Marco era già all’ingresso dei tubi per le capsule intercontinentali e l’attendeva con un largo sorriso.

La vista di lui le scaldò il cuore. Era un bel ragazzo e aveva anche dei lineamenti delicati che esprimevano gentilezza, ma erano i suoi occhi castani, quando erano concentrati su di lei, che la facevano sempre sentire speciale, al centro del suo universo.

Si abbracciarono con calore, destando forse un po’ di fastidio nelle persone che passavano. Il sole ora era ben visibile nel cielo azzurro, e gli sembrava il segno di un futuro incerto ma luminoso.

Si sistemarono nella loro capsula doppia, Lidia impostò la destinazione del viaggio tramite il suo anello identificativo, portandolo a contatto con il sensore della console di cabina. La cabina chiuse le porte, oscurò gli schermi per l’esterno e appena si furono sistemati nelle loro comode postazioni il viaggio iniziò con un lento sibilo che si attenuò e scomparve del tutto in pochi secondi.

Durante il viaggio scelsero di abilitare la comunicazione con la rete esoneurale che collegava le due postazioni impostandola senza filtri. Nel farlo entrambi pensarono ai momenti d’imbarazzo che alle volte gli aveva causato la condivisione di emozioni, sensazioni, pensieri che nascevano dall’inconscio. Lidia era sollevata dal fatto che quella comunicazione rimaneva relegata a tutto ciò che era nella loro finestra di attenzione. Non permetteva l’accesso ai ricordi dell’altro. Avevano imparato a convivere con quella profonda intimità e pensavano che non lasciasse spazio a segreti tra loro. In realtà Lidia da mesi evitava accuratamente di immergersi nella sua memoria mentre erano connessi. Per questo aveva avuto un attimo di esitazione.

Mentre la capsula sfrecciava a velocità elevata lungo il tratto mediorientale, Marco, che stava per entrare nello stato di sonno da viaggio, ricevette un segnale che lo lasciò sbalordito, una chiara immagine della zona franca, l’area fuori da Nuova Pechino. Lidia sentì immediatamente il suo turbamento, ma capì che ormai era tardi. L’ansia cominciava a dare i brividi a Marco e a fargli sentire le gambe pesanti ancora prima che ella potesse chiarire quel pensiero.

“Questa è una mia sorpresa per oggi …”. Gli disse lei, con un pensiero non vocalizzato. Marco percepì questo pensiero e poi il silenzio improvviso della connessione esoneurale: Lidia aveva attivato il filtro sul suo terminale esoneurale. Gli aveva schermato i suoi pensieri profondi per la prima volta da quando erano diventati una coppia stabile. D’istinto anche Marco alzò il filtro, preso da un senso di vertigine e da un brivido di paura. Si girò verso la postazione al fianco della sua, ma Lidia aveva già chiuso gli occhi ed era immobile, era entrata nello stato di sonno da viaggio.

Marco aveva paura della zona franca. Quello che ne sapeva era quello che aveva appreso dalle lezioni di storia e dalle notizie di attualità. La immaginava come il regno dell’anarchia e della sopraffazione del più forte sul più debole. Non pensava nemmeno che fosse possibile raggiungere la zona franca con le capsule. Forse aveva frainteso tutto ...

Dopo alcune ore, la capsula con un suono basso e prolungato si fermò, s’illuminò e riattivò gli schermi esterni.

Al termine del viaggio Marco era stremato. Non era riuscito a riposare, con mille preoccupazioni che occupavano la sua testa. Aveva sul volto i segni della tensione, si guardava intorno e come ormai era chiaro, si rese conto che davvero erano arrivati nella zona franca, fuori dal mondo in cui erano nati e cresciuti. Anche Lidia, oramai desta, aveva i segni della preoccupazione sul viso, ma erano dovuti al timore per la reazione di Marco, che non aveva apprezzato la sua sorpresa, il contatto con la vita reale e libera della zona franca.

Erano nella vasta e popolosa area fuori da Nuova Pechino. Si alzarono, si guardarono in silenzio ed esitando si presero per mano, uscendo dalla capsula, che intanto aveva aperto il portello verso la banchina della stazione di arrivo.

I rumori forti, gli odori aspri e intensi e la varietà sconcertante di abbigliamenti lentamente li portarono fuori dal loro mondo interiore e li lasciarono attoniti a guardarsi intorno in preda a una tempesta di emozioni: anche Lidia come Marco non usava più il protocollo medico di normalizzazione di umore e stati d’animo, e quindi le sue emozioni avevano campo aperto. Questa volta nessuno li degnò nemmeno di uno sguardo per il fatto che si davano la mano: in quella grande strada all’uscita del gate delle capsule intercontinentali, erano diventati anonimi, come chiunque altro.

Un uomo di fisionomia orientale gli si avvicinò. Aveva il volto segnato dagli agenti atmosferici, i capelli rasati ai lati, un giaccone con tessuti che cambiavano colore continuamente come a cercare di mimetizzarsi con il resto senza mai riuscirci. Aveva un odore sgradevole e mani segnate da attività manuali.

“Avete bisogno di una guida per Wài-Quān?”. I traduttori simultanei fortunatamente funzionavano anche con le lingue della zona franca.

I due s’irrigidirono e si strinsero l’uno con l’altro sgranando gli occhi, poi Marco prese coraggio e tentando di non far sentire la sua paura disse: “Non abbiamo bisogno di nulla, grazie.”

L’uomo li fissò per qualche istante, poi dopo uno sguardo rapido alla loro sinistra, scrollò le spalle e se ne andò con una certa fretta.

Si volsero verso la direzione in cui l’uomo aveva guardato, e videro un gruppo di persone con una strana divisa che si muovevano in modo deciso, con l’atteggiamento tipico delle forze dell’ordine.

Marco si volse in direzione contraria alla marcia del gruppo, restando sul lato opposto della strada rispetto a questi e cercò di fingere indifferenza e calma. Lidia lo seguì, imitando i suoi passi e il suo atteggiamento e inclinando lo sguardo verso terra.

Marco ricordava quello che l’IA insegnante di storia della Federazione aveva detto in una delle ultime lezioni e lo riportò alla mente con la tecnica di richiamo mnemonico fedele:

“… Nella zona franca, convivono più anime: comunità indipendenti, forme di organizzazione basate su rapporti economici o basate sulla condivisione di idee radicali e anti-sistema o ancora su deviazioni religiose. Alcune milizie armate esercitano una sorta di deterrenza verso gli eccessi, anche se non è mai stata chiara la loro origine e la catena di comando soprattutto nelle cariche apicali. Nessun potere terzo funge da arbitro imparziale. La zona franca è da considerarsi luogo di pericolo e degrado umano, destinata alla scomparsa per auto disintegrazione nel futuro prossimo”

Il gruppo li superò. Più avanti, dopo essersi guardati intorno con circospezione, si fermarono. Marco si portò di fronte a Lidia. “Lidia, questa è stata una follia! Non sappiamo nemmeno quali siano le regole in questo folle posto, ammesso che ce ne siano!”

Lidia lo guardò con apprensione, sentendosi in colpa, ma provava ancora la forte spinta a esplorare quel mondo ignoto, senza regole.

“Penso che sia un’esperienza che dobbiamo fare! Siamo giovani, addestrati alle tecniche di difesa personale, dobbiamo solo mostrare sicurezza e indifferenza, come tutti, e potremo avere un assaggio della vita fuori dal nostro mondo. Per favore, non tirarti indietro ora!”

Marco avrebbe voluto correre indietro verso il gate delle capsule, ma sapeva di dover restare al fianco di Lidia. Quella situazione in fin dei conti era il frutto delle sue scelte, della sua voglia di sentirsi anti-convenzionale e della forte influenza che aveva esercitato su di lei.

Abbassò lo sguardo, si impegnò a dominare la paura, e cercò mentalmente una maniera di ridurre i potenziali pericoli, almeno.

Sentivano i suoni delle voci dei passanti, il rumore di vecchi veicoli a sospensione e di qualche strano veicolo da terra, che li circondavano e li avvolgevano. Il vento portava odori di cibi esotici, oltre a quelli aspri e forti che avevano avvertito dall’inizio.

“D’accordo, ti chiedo però di dare un limite ben preciso a questa nostra avventura. Due ore di esplorazione mi sembrano un buon compromesso, sarebbe troppo pericoloso andare oltre!”

Lidia si sentì felice e annuì, con gli occhi che esprimevano gratitudine. Aveva guadagnato tempo … Sentì però un senso d’incertezza per la prima volta da quando aveva organizzato quel viaggio.

Si guardarono intorno e cercarono di individuare una zona non eccessivamente degradata. Sembrava una sorta di anarchia organizzata: ogni attività commerciale, ogni comunità abitativa si occupava della sua superficie di suolo, secondo la propria sensibilità. Alcune parti di strada mostravano l’aspetto moderno, ordinato e scintillante a cui erano abituati nella loro terra. Altre sembravano uscite da documenti storici del secolo precedente: materiali estremamente deperibili, rovinati facilmente dagli agenti esterni, scritte chiaramente manuali, luci non funzionanti o decisamente fioche. Alcune altre zone invece erano talmente sature di tecnologia evoluta da sembrare scenari di film di fantascienza: ologrammi interattivi realizzati con proiettori invisibili, probabilmente a bordo di droni volanti microscopici. Musica moderna, essenziale, senza ritmica, che sembrava provenire dall’aria.

In quel caleidoscopio di suoni, odori e colori, individuarono una traversa che sembrava più tranquilla e curata delle altre, e si diressero verso di essa.

Camminando per quell’ampia traversa, ben illuminata, pulita e sorvegliata, videro un edificio con un imponente aspetto che richiamava antiche costruzioni indiane, e recava sopra l’enorme porta di accesso un blocco scintillante di pietra scura levigata in cui era incisa la scritta: “Servare Tradita, Gubernare Futura”.

“Guarda ...” disse Lidia a Marco. “Deve trattarsi di una proprietà della Casta”.

Lidia richiamò alla mente quello che avevano appreso dall’IA insegnante di storia della Federazione sulle tre strutture internazionali autorizzate a interloquire istituzionalmente con il governo Federale, la Casta era una di queste. Tra i segni distintivi della Casta, c’era il loro motto, espresso in un’antica lingua europea, il latino. Significava “Custodire ciò che è stato tramandato, governare ciò che sarà”. Le era rimasto impresso.

Indicò però a Marco un edificio meno imponente poche decine di metri più avanti su quella grande e ben illuminata via coperta in alto dai tubi per i movimenti veloci di zona. L’edificio era molto semplice e moderno, quasi eccessivamente essenziale nelle linee.

Notarono camminando che lungo la strada ogni cinque metri c’erano postazioni di droni pulitori, che assicuravano una cura che nemmeno nella Federazione erano abituati a vedere.

Sulla superficie levigata e uniforme dell’edificio che aveva incuriosito Lidia, quando si avvicinarono, si disegnò un rettangolo come inciso da un laser bianco. Il rettangolo divenne un ingresso quando silenziosamente il suo interno rientrò leggermente per poi scivolare di lato scomparendo alla vista con un leggero fruscio. Intorno al rettangolo d’ingresso comparvero poi in pochi istanti delle decorazioni che ricordavano l’arte basata sulla manipolazione dei frattali e la colorazione dinamica, tanto di moda in quei tempi.

I due rimasero interdetti per qualche momento, ammirando il flusso armonico dei colori lungo le linee delle decorazioni. All’improvviso comparve un uomo davanti all’ingresso. “Marco e Lidia suppongo”, chiese con un tono quasi neutro. Lo scrutarono. Era completamente glabro, e aveva occhi grandi, scuri e intelligenti. Indossava una divisa mai vista prima, a figura intera, liscia e scura e con delle bizzarre decorazioni. La pelle era chiara, ma i lineamenti del viso sembravano orientali. Lidia dopo quell’esitazione rispose “Siamo noi!”.

Marco aveva aperto la bocca per parlare e così rimase per qualche secondo per la sorpresa. L’uomo si defilò sul lato destro dell’ingresso e li invitò con un gesto a entrare. Lidia trascinò Marco tirandolo per mano ed entrarono.

Al loro ingresso s’illuminò un grandissimo salone, paragonabile agli spazi delle grandi e antiche basiliche di Roma. La volta del salone aveva una strana superficie ondulata irregolare, percorsa da colori che cambiavano seguendo linee di frattali composti in disegni armonici come le decorazioni che avevano ammirato all’ingresso.

“Sono Kong Tianyu, il vostro maestro e la vostra guida per la storia apocrifa e il percorso del risveglio della coscienza.” disse l’uomo che li aveva accolti.

Marco sentiva una sorta di stordimento, come se fosse in uno stato onirico. Gli venne in mente quel modo di dire bizzarro che usava suo padre, e prima di lui, suo nonno per indicare la quiete domestica in contrasto con avvenimenti particolarmente impressionanti. “Ed io contavo i denti ai francobolli…”

Rimase stordito con questa frase in mente come una cantilena rassicurante. Lidia gli parlò e lo fece tornare al presente. “Questa è la seconda sorpresa! Ho investito tutto quello che avevo per questo percorso di apprendimento ibrido”.

Kong Tianyu osservava i due con apparente distacco, con le mani giunte dietro la schiena.

“Apprendimento di cosa? Che dovremmo fare? Non capisco!” disse Marco con le poche energie che si sentiva in corpo.

“La Federazione sta lavorando alla rimozione delle antiche culture che hanno forgiato i popoli e le nazioni prima della sua edificazione.” disse Lidia che ora sembrava infervorata. Fissava Marco, cercando di cogliere nel suo sguardo l’adesione a quella che sapeva essere una linea di pensiero anti federale e probabilmente illegale.

“Lidia, mi hai nascosto tutto questo” disse allargando le braccia, con un tono quasi disperato.

“Hai scelto al mio posto! Hai seguito strade che non conosco! Parli di cose che non so, come se fossero un destino inevitabile per entrambi.”

Lidia accusò il colpo. La sua mente viaggiò al momento in cui aveva scoperto i movimenti clandestini sul dark web, ancora attivo e navigabile. Di quello che aveva scoperto non aveva mai messo al corrente Marco. La tensione del suo compagno la riportò al presente, lì, di fronte a lui. Capì che Marco sentiva ora una distanza che non aveva mai provato nei suoi confronti.

La guardava come fosse un’estranea e il movimento degli occhi e la tensione dei muscoli erano il segno chiaro che cercava una via di fuga da quella realtà che lo aveva messo così a disagio.

“Insieme siamo sfuggiti alla gabbia del conformismo della Federazione, ora mi mostri una nuova gabbia e ti aspetti che ti segua ...” Le disse Marco con rabbia. Lidia rimase colpita di nuovo. Lo guardò con quello sguardo che sembrava voler scavare nell’anima e poi rispose: “Non ho condiviso tutto con te negli ultimi mesi …, avevo paura proprio di questo ... ”.

Marco realizzò in quel momento che la sincerità non era garantita nemmeno dalla connessione tra le loro menti, e quel pensiero lo disorientò. Non rispose. Esitò e più volte fu sul punto di ribattere. Poi schiacciato dal senso di angoscia e dal senso di inadeguatezza rispetto a questa nuova Lidia che aveva di fronte, si sentì mancare le forze.

Lidia era stata finora una grande parte del suo mondo, provava per lei, o comunque per la Lidia che aveva conosciuto, un sentimento intenso. Non sapeva come uscire da quella situazione. Non riusciva a ritrovare un equilibrio, a valutare le possibilità, come era abituato a fare.

Lidia riprese a parlare: “Marco, non è una nuova gabbia, è la fine delle gabbie. Credimi ho solo seguito la strada che tu hai iniziato. La strada in cui tu mi hai condotto. Fidati di me, sento che questa è la risposta alle nostre domande. Ti chiedo almeno di tentare!”

Marco valutò quell’invito. Voleva seguirla, sentiva che forse era possibile ricucire quella frattura tra di loro.

“Sei disposta a darmi tempo? Non ti chiedo di rinunciare a nulla, solo di permettermi di capire.”

Kong Tianyu intervenne, quasi rompendo la tensione tra loro. “Scusatemi, ma devo avvisarvi che non ci sono margini di contrattazione sui tempi. Per proteggere i nostri percorsi e i nostri allievi dalle strutture di controllo del governo Federale dislocate qui, non permettiamo dilazioni o periodi di riflessione, una volta concordato l’incontro. A breve mi sposterò da qui, con o senza i miei nuovi allievi. Non avrete altri contatti con me, se uscirete di qui.”

Marco incassò il colpo e guardò con freddezza il maestro, poi guardando Lidia, pensò a quel viaggio, alla sua pianificazione, alla promessa di poco prima di esplorare per non più di un paio di ore quel folle mondo e la distanza da Lidia divenne incolmabile.

Lidia gli rispose comunque. “Marco, se fosse possibile fare altrimenti lo farei, ma ora come hai sentito possiamo solo proseguire. Ho sbagliato, lo capisco e ora mi è chiaro. Ma non tutto è perso tra noi. Se scegli di seguirmi, sono sicura che potremo ancora essere quelli che eravamo, insieme.”

Marco sentiva di non avere scelte, e questo gli rendeva intollerabile la situazione. Quasi sentì se stesso come un estraneo mentre diceva: “Allora addio Lidia! Non posso e non voglio seguirti, così, al buio. Non permetto a nessuno di scegliere per me. Non mi fido più di te. Ti auguro una buona vita!” e si volse verso l’uscita.

Quelle parole risuonarono come un’eco nella mente di Lidia e le diedero una sensazione di vertigine. Pensò di correre dietro al suo compagno e in pochi istanti si trovò a dover fare una scelta irreversibile. Non riuscì a decidere, non era lucida. Quella esitazione divenne una decisione. Aveva le lacrime agli occhi, un peso enorme nel petto, ma non parlò, non lo chiamò. Lo lasciò andare.

Il maestro prese rapidamente un corridoio interno, girandosi appena per farle cenno di andare con lui. Lei lo seguì.