Quando si era affacciato dalla finestra virtuale di San Pietro e aveva sentito pronunciare quelle parole dal cardinale al suo fianco:
“Annuntio vobis gaudium magnum: Habemus Papam! Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum, Dominum Elikyam, Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Besungu, qui sibi nomen imposuit Matthiam."
un brivido l’aveva percorso lungo tutta la schiena e aveva sentito il peso e l’importanza di quel ruolo per la prima volta. Aveva comunque accennato un sorriso e vedendo quella marea sterminata di persone, rappresentate dai loro avatar, ma pur sempre terminali virtuali di esistenze reali, aveva provato un grande senso di solitudine e di inadeguatezza. Le parole, allora, gli erano uscite da sole, ispirate dallo Spirito Santo che sempre l’aveva guidato.
“Fratelli, sono qui per volere di Dio, per essere il servo dei servi per voi e per tutti gli uomini. Pregate perché la mia vita sia come quella dell’apostolo Mattia, una riparazione al tradimento di Giuda, del Giuda che attraversa la vita di tutti noi e che spesso è parte di noi.”
Il ricordo di quel giorno, ancora gli dava i brividi.
Era stato eletto nel dicembre del 2050, sesto papa dall’Africa, e secondo papa nero di pelle, anche se oramai, finalmente, questo tratto somatico aveva perso qualsiasi significato.
L’assassinio di Pitambar Mukesh l’aveva scosso. Avevano condiviso lo sforzo di portare l’umanità verso la strada dell’unità. Le differenze culturali e religiose non gli avevano impedito di mettere insieme i punti comuni delle loro visioni, ed era nata una reciproca stima e fiducia tra loro. Il mistero d’iniquità che aveva avuto il suo apice nella crocifissione di Gesù, riecheggiava con forza ogni volta che un operatore di pace, come era stato Pitambar, cadeva vittima di violenza. Questa era la sua amara riflessione.
Papa Mattia aveva deciso allora di avviare un dialogo con figure di spicco di tutte le religioni più diffuse e aveva scelto di invitarli ad Assisi, città natale di San Francesco, sulla scia di altri papi che lo avevano preceduto. Ispirandosi all’amico Pitambar, aveva scelto di chiamare l’iniziativa “Conclave del Dharma Universale”, un tavolo permanente per contribuire a condurre l’umanità sul terreno comune della fratellanza universale. Ovviamente solo nel primo raduno, il 4 ottobre del 2059, sarebbe stata prevista la presenza fisica dei partecipanti. Negli anni a seguire un ufficio in Assisi con il suo mini data center integrato avrebbe fornito l’infrastruttura per l’incontro in modalità virtuale.
Per quella prima riunione era stata scelta la Sala della Pace presso la Basilica di San Francesco.
Sul fondo spiccava il dipinto dell’ultima cena. Il soffitto con le coperture a volta dava alla sala un’austerità antica. Era presente Mata Jivanmukta Ananda, erede di quel movimento induista nato dalla “santa degli abbracci”, Mata Amritanandamayi. Aveva un abito cerimoniale fluido di seta grezza di un profondo color zafferano dorato. Sulla fronte mostrava un tilak molto sottile di un color sabbia naturale. Aveva occhi limpidi, castani, con delle pagliuzze dorate. Si muoveva con un’aggraziata calma. Papa Mattia ammirava quella donna. Stava parlando con un’altra donna, piuttosto controversa in certi ambienti conservatori. Cassie, la chiamavano le persone che la conoscevano bene, ma Catherine Sterling era il suo nome. La santa di Chicago. I racconti delle sue visioni della Madonna e il fatto che dicesse di poter vedere angeli e demoni in azione nel nostro mondo avevano sollevato polemiche e acceso discussioni all’interno della chiesa. Ma la sua condotta era sempre risultata chiara e limpida, come i suoi occhi azzurro ghiaccio. Sul capo portava un semplice foulard di lino grezzo blu scuro. I capelli in vista sotto il foulard, erano striati di un grigio prematuro dovuto senz’altro alla vita di strada. Le sue mani erano ruvide, e le teneva giunte con una grazia quasi aristocratica. Al collo portava una medaglia con l’immagine della Madonna incisa, molto consumata, forse dal continuo sfregamento delle dita. Entrambe le donne sorridevano mentre parlavano. Il papa a sua volta sorrideva scaldato dalla scena ed era compiaciuto pensando alle mille obiezioni che i suoi assistenti gli avevano fatto per l’invito a quest’ultima. Obiezioni di cui ovviamente non aveva tenuto affatto conto.
Le due donne furono per un attimo distolte dalla loro conversazione dal passaggio di Kung Shengbo, l'ufficiale sacrificale di Confucio, un uomo giovane, con i lisci capelli neri e il viso placido e sorridente. Shengbo, guardando Mattia, portò il pugno destro al petto e lo ricoprì con la mano sinistra, facendo un lieve inchino. Mattia rispose all’inchino. Catherine, mentre Shengbo passava molto vicino a lei, sembrò impallidire e sul suo viso si lesse un senso di smarrimento. Poi il momento passò, con un sospiro si riscosse e si scusò con la sua interlocutrice.
Lo Shankaracharya di Joshimath, Swami Siddhaprajna Saraswati era a pochi passi dal papa. Era il custode del veda Atharva. Indossava due semplici teli di seta grezza di colore arancione zafferano, uno avvolto intorno alla vita, e un altro drappeggiato con eleganza sopra una spalla. Al collo aveva collane di semi di Rudraksha, le "lacrime di Shiva", incastonate in oro o argento. Sulla fronte erano evidenti tre linee orizzontali di cenere sacra e al centro un punto rosso di kumkum. Siddhaprajna sembrava incurante del vocio attorno a sé e guardava completamente assorto il dipinto dell’ultima cena, poggiando leggermente sul suo bastone di bambù sacro, anch’esso avvolto in una stoffa color zafferano. Papa Mattia pensò che volentieri gli avrebbe più tardi chiesto un parere. Per il momento si limitò a salutarlo.
Il papa si avvicinò poi al Grande Ayatollah Sayyid Sadiq al-Amin, imam di Najaf, portò la mano destra sul cuore e accennò un leggero inchino salutando: “La pace sia con te, discendente del Profeta”. L’Ayatollah rispose al saluto con pari dignità, “Il mio cuore è aperto e ti accoglie, Vicario di Cristo”. A pochi passi il Principe Karim Salmān Shah, Aga Khan degli ismaeliti, si girò verso papa Mattia e quando ebbe la sua attenzione lo salutò con una calorosa stretta di mano: “Sua Santità, stringo la mano di un fratello che cammina con me sul sentiero della pace.”
Il papa sentì poi alle sue spalle i suoni a volte duri e a volte morbidi tipici della lingua ebraica. Il traduttore simultaneo integrato nei condotti uditivi, ormai replicava superbamente anche le sfumature di tonalità, pensò, e dopo un sorriso amichevole e un lieve inchino all’Aga Khan, si girò verso i due Rabbi che discutevano con passione. Rabbi Menachem Friedman e Rabbi Rahamim Toledano, rappresentanti degli ebrei Ashkenaziti e di quelli Sefarditi. Quando sentirono di essere osservati si interruppero ed entrambi si volsero verso papa Mattia. "Shalom Aleichem, Santità. È un onore incontrarla nel nome della pace e della comune radice che ci unisce." disse Rabbi Menachem. Poi salutò anche Rabbi Rahamim: “Bruchim HaBa'im, caro Fratello. Che l'Onnipotente benedica questo nostro incontro e porti consolazione ai popoli che soffrono.” Il papa sorrise a entrambi e a entrambi strinse calorosamente le mani. Insieme formavano un bizzarro abbinamento, comunque, pensò il papa. Rabbi Menachem austero anche se non freddo, mentre Rabbi Rahamim con la sua carnagione olivastra, solcata da rughe profonde attorno agli occhi scuri, dava un’idea di regalità mediorientale. Il papa notò anche l’anello che portava Rabbi Rahamim, un sigillo d'argento con inciso un versetto sulla pace. Si chiese se fosse uno di quei famosi dispositivi israeliani in grado di agire da scudo magnetico contro i droni in caso di necessità, oppure se fosse semplicemente il forte simbolo che appariva.
Papa Mattia volse lo sguardo agli ultimi ospiti di quella straordinaria assemblea: per primo il Grande Imam di Al-Azhar del Cairo, Sabri Luqman Al-Husseini, riferimento e anima dell’Egitto e del mondo sunnita, guida spirituale della Moschea e supervisore dell’Università di Al-Azhar. Il grande Imam a sua volta si volse verso il papa, che lo osservava, e sul viso incorniciato da una barba striata di argento ai lati, si allargò un placido e benevolo sorriso. Mattia ricambiò il sorriso e fece un breve e rispettoso inchino, rivolgendo mentalmente una preghiera al Buon Dio per augurare la salute e la forza a quell’uomo saggio che tanto aveva fatto per la pace nel mondo islamico. Anche lui aveva in mano una misbaha, fatta di ambra, e al dito mignolo portava un anello d’argento con una pietra d’agata. Il papa immaginò che quest’ultimo fosse probabilmente la chiave biometrica di accesso all’Università. L’abbigliamento del Grande Imam corrispondeva al senso di saggezza e cordialità che la sua figura emanava.
La voce femminile calda e profonda della Reverenda Sarah Lundgren, che lo salutava, attirò l’attenzione di Mattia. Da quando era diventata Segretario Generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese, avevano avuto più volte modo di incontrarsi virtualmente. Questo era il primo incontro in presenza fisica. La pelle della donna era luminosa. I suoi occhi erano come sempre profondi ed espressivi. Al collo portava una croce stilizzata con al centro un piccolo nucleo di vetro che pulsava di una luce tenue. Probabilmente un dispositivo sincronizzato con il battito cardiaco. All’anulare destro portava un anello in argento satinato, molto semplice. Dovendo però poi accogliere gli ultimi ospiti il papa salutò di nuovo Sarah e si scusò per dover procedere subito oltre e completare i saluti. Si volse quindi verso il Dalai Lama, Tenzin Rabphel. Tenzin aveva più di 80 anni, la testa rasata e gli occhi circondati da rughe. Indossava il tradizionale Dhonka, la casacca senza maniche amaranto e gialla, con le spalle sporgenti, sopra la Shemdap, sempre amaranto. Al polso aveva un braccialetto elettronico, probabilmente fornito dei più moderni sistemi di monitoraggio. Il Dalai Lama salutò il papa giungendo le mani davanti al petto con un inchino. Il papa ricambiò e disse “È un grande onore e una vera gioia incontrarla, mio caro fratello.”
Dopo aver scambiato con lui alcune parole si rivolse all’ultimo ospite che ancora doveva salutare e accogliere: Bhai Akaljot Rehat Singh, Jathedar dell'Akal Takht. Il custode del trono senza tempo, legato al complesso del Tempio d’Oro. Aveva una lunga barba bianca, folta e curatissima, legata con un cordoncino quasi invisibile. Aveva la fisicità robusta tipica della popolazione del Punjab e la postura regale di un sovrano oltre che nel mondo spirituale anche in quello temporale. Vestito secondo la tradizione della Khalsa, con un grande ed elaborato turbante, di colore blu scuro, avvolto con precisione geometrica. Sul turbante spiccavano dei piccoli simboli metallici, tra cui il Khanda, lo stemma sikh con le spade incrociate. Portava un grande pugnale cerimoniale inserito in una tracolla di tessuto. Al polso destro portava il Kara, un pesante bracciale d'acciaio. Akaljot salutò con un cenno del capo e disse “Dio è l'unica Verità”. Il papa rispose con un analogo cenno del capo.
Finalmente papa Mattia poté dare inizio ai lavori dell’assemblea.
Era stato predisposto un cerchio di comode sedie, perché ognuno potesse vedere gli altri interlocutori senza sforzi e perché ognuno percepisse la completa parità di importanza tra sé e gli altri. Quando tutti ebbero preso posto, Mattia prese la parola.
“Di nuovo ringrazio tutti voi di aver sacrificato il vostro prezioso tempo venendo di persona qui, oggi, per iniziare un percorso che, come vi ho scritto nell’invito, spero possa portare l’umanità verso l’unione e la pace.”
La voce del papa era profonda e calda e risuonava tra quelle antiche pareti.
“Sappiamo che esistono resistenze, un’inerzia profonda, che si oppongono al cambiamento, al raggiungimento della fratellanza universale.”
Il papa fece una pausa guardando lentamente tutti gli interlocutori, muovendo quasi solo gli occhi. Stava per riprendere a parlare quando Cassie si alzò all’improvviso e guardando in alto, verso il centro del circolo, sgranò gli occhi. Era terrorizzata e paralizzata dalla paura. Tutti istintivamente guardarono nella direzione in cui stava guardando lei e non vedendo nulla, riportarono lo sguardo sulla donna, che nel frattempo aveva acquisito un pallore quasi luminoso. Poi, come all’improvviso si era alzata, all’improvviso cadde a terra, svenuta, generando scompiglio nell’assemblea. Tutti si avvicinarono per aiutarla. Papa Mattia chiese l’intervento del personale di servizio e si fece strada verso la donna. Ora aveva il viso rilassato. Sembrava dormire di un sonno profondo. Fu portata in una stanza opportunamente adibita per le eventuali necessità mediche. Un medico e il suo assistente IA virtuale cominciarono subito gli esami diagnostici preliminari.
La seduta fu ovviamente rimandata al giorno successivo.
Il papa dopo aver provveduto alle necessità di tutti gli ospiti, tornò alla sua stanza, stanco e scosso. Era davvero preoccupato per Cassie. Non poteva aver visto demoni tra tutte quelle stimabili persone. Però il suo viso terrorizzato non permetteva certamente di ipotizzare visioni angeliche. I medici non avevano diagnosticato, almeno per ora, seri problemi. Al suo risveglio avrebbe cercato di capire. Il problema era che sarebbe stato essenziale capirlo prima di radunarsi tutti insieme.
Durante la notte un senso d’inquietudine svegliò il papa. Il risveglio improvviso e quel senso di angoscia che ancora provava gli diedero la spinta per alzarsi e vestirsi rapidamente. Andò a vedere come stava Cassie.
Camminando lungo l’ultimo corridoio, con le luci che si accendevano al suo passaggio per spegnersi pochi istanti dopo dietro di lui, sentì un lieve rumore di passi. Accelerò e in pochi secondi fu davanti alla stanza dove Cassie riposava. Le luci che identificavano lo stato delle protezioni dell’accesso erano blu. Nessun accesso era avvenuto. Mattia emise un sospiro di sollievo, ma entrò egualmente. Un breve lampo del suo ciondolo ad attivazione biometrica, segnalò al sistema di protezione che l’ingresso era autorizzato. Nel buio leggermente rischiarato dalle luci di sicurezza della stanza, si vedeva Catherine riposare tranquilla sul letto, con il viso rilassato. Si mosse leggermente e poi lentamente aprì gli occhi. “Mattia, … dove siamo?” disse con voce flebile.
“Sei svenuta Cassie. Siamo in una stanza per l’assistenza medica … dotata di protezioni di livello alto” disse il papa. “Capisco.” Cassie fece una pausa, e l’angoscia prese forma sul suo viso. “Immagino che tu voglia sapere cosa ho visto …”. Poi un dubbio s’insinuò nella mente della donna, che chiese al papa, ma anche a se stessa: “Però se noi siamo qui, e non mi hai parlato di incidenti gravi … vuol dire che forse questa volta …” Il volto del papa s’illuminò per la comprensione dell’accaduto. Pochi sapevano che Cassie aveva anche il dono di presagire, alle volte prevedere, gli eventi. Lui era uno dei pochi, ed era stato testimone in passato di questa sua facoltà. “Hai visto un pericolo immediato per tutti noi, è così?”. “Yes, that's how it is.”. Mattia ebbe un brivido e comprese subito che un pericolo immediato li stava colpendo ora. I traduttori simultanei integrati non stavano più funzionando, qualcosa aveva interferito con quei dispositivi. Attivò immediatamente le protezioni meccaniche, premendo un pulsante sulla parete accanto al letto. La porta, che ora non aveva più alcuna luce attiva, si chiuse con uno scatto metallico. Subito dopo, udirono il rumore forte di un colpo verso la porta. Poi un altro e un altro ancora. Una pausa e poi un rumore di passi di corsa che si allontanavano. Nel buio i loro respiri affannati si accordavano ai battiti accelerati dei loro cuori.
Quando le luci di sicurezza si riattivarono, un leggero chiarore si diffuse nel buio della stanza. Cassie era seduta sul letto, e respirava ancora affannosamente. Mattia premette di nuovo il pulsante di attivazione della schermatura meccanica e questa volta la porta metallica si aprì scivolando all’interno con un sibilo. Di fronte alla stanza erano accorsi i responsabili della sicurezza, allertati dall’attivazione di quel dispositivo estremo di sicurezza. Il papa li tranquillizzò ma chiese che tutta la struttura fosse attentamente perlustrata. Si trattenne con Cassie ancora per qualche minuto. Parlarono in modo concitato, poi il papa si diresse verso l’uscita e le disse che due persone avrebbero stazionato sempre a guardia della sua stanza. Andò quindi verso il centro di sicurezza e controllo per parlare con il responsabile della sicurezza. Era triste che fosse necessario avere quelle strutture in luoghi sacri, ma bisognava farsene una ragione, pensava Mattia, mentre camminava svelto lungo i corridoi.
Giunto alla sala controllo, entrò con il riconoscimento biometrico del ciondolo. Lì lo attendeva in piedi, pensoso, Marco, capo della sicurezza. Marco era giovane, in perfetta forma fisica, elegante con gli occhi scuri, vivaci. “Cosa è accaduto Marco?”. Questo rispose: “Apparentemente nessuno degli ospiti ha lasciato la sua stanza, questa notte, eppure i dati biometrici superficiali di tre stanze suggeriscono l’assenza dei loro relativi ospiti.” Mentre parlava incrociò le braccia sul petto. “Fammi indovinare, la stanza di Rabbi Rahamim e quella del Jathedar Akaljot sono due delle tre …” disse Mattia. Gli occhi di Marco si concentrarono sul papa e il suo viso assunse i tratti della sorpresa e del sospetto. “Come lo ha saputo … o capito, sua santità?” chiese dopo una breve esitazione. Mattia mise una mano sulla spalla di Marco e lo rassicurò: “Me lo ha detto Catherine, o almeno l’ho dedotto dal suo racconto”. Marco mostrò ancora più la sorpresa e poi i due cominciarono a parlare abbassando il tono di voce e cercando chiaramente un po’ più di riservatezza.
Come da programma l’assemblea si radunò nuovamente nella tarda mattinata del giorno seguente quello del primo tentativo e dell’episodio che aveva coinvolto Catherine Sterling.
I colori, le espressioni, le voci e gli accenti componevano, come nel giorno precedente, una sinfonia di espressioni vitali, che insieme facevano intuire il senso della profondità dell’anima umana. Così rifletteva tra sé e sé papa Mattia. Sentiva però il peso della rivelazione che doveva fare all’assemblea e questo rovinava la gioia della condivisione di quel momento.
Di nuovo, come il giorno precedente, erano tutti disposti in circolo. Mattia si alzò dalla sua sedia e fece per parlare. L’attenzione di tutti però si rivolse all’entrata della sala, appena varcata da Cassie. Molti si alzarono per andarle incontro, e la reverenda madre Jivanmukta Ananda per prima l’accolse con un abbraccio, che Catherine ricambiò con calore. Il papa guardò Cassie con affetto e apprensione, e lei ricambiò lo sguardo. Tra i due intercorse un cenno quasi impercettibile di intesa. Il circolo si allargò e fu fatto posto per lei. Quando finalmente la situazione si fu calmata, Mattia anziché cominciare a parlare come era sembrato voler fare in precedenza, si sedette e guardò con un senso di attesa e di apprensione la nuova arrivata. Catherine si alzò lentamente e si rivolse all’assemblea. “Cari tutti, vi chiedo scusa per quanto accaduto ieri e per il disagio che involontariamente vi ho arrecato. Volevo rassicurarvi comunque sulla mia salute. Sto bene. Voglio però condividere con voi la visione che ieri mi ha turbato e condotto allo svenimento …”
Catherine prese un profondo e lento respiro, chiudendo gli occhi, poi li riaprì lentamente e cominciò a raccontare:
“Vidi una mano azzurra spuntare dal pavimento, aveva una stella nel centro del palmo e simboli a forma di pesce lungo le dita. Era grande si protendeva verso l’alto verso una sorta di arma dorata, fatta da una spada centrale, con un cerchio al suo centro e due lame ricurve attorno a essa. La mano impugnò l’arma e subito si squarciò il soffitto da cui s’intravide una sorta di tempio orientale e da esso fuoriuscirono guerrieri vestiti di nero al suono ritmico di rintocchi di campane di bronzo. I guerrieri circondarono la mano e si chinarono attorno a essa in attesa. All’improvviso dal pavimento emerse un mostro metallico, color argento, di forma umanoide, che nello spazio di pochi istanti tagliò la grande mano azzurra in due con una lama e uccise tutti i guerrieri neri. Fu allora che svenni … o meglio, dovrei dire che fino a quel punto arrivano i miei ricordi.”
Appena Catherine finì di raccontare, prima ci fu un silenzio carico di tensione e poi cominciò un brusio. Rabbi Rahamim Toledano si alzò in piedi e tutti tacquero. A breve distanza di tempo si alzò anche Akaljot Rehat, il Jathedar dell’Akal Takht. I due si scambiarono uno sguardo e un gesto d’intesa quasi impercettibile, che non sfuggì però a Mattia. Cominciò a parlare Rabbi Rahamim. “Non c’è dubbio che l’onorevole sorella Catherine nella sua visione è stata ispirata dall’alto. In effetti tra il mio popolo, i Figli di Spagna, e il popolo Sikh, c’è un rapporto di profonda stima e amicizia, che risale al pogrom di Allahdad a Mashhad, quando il Maharaja Ranjit Singh accolse la nostra gente perseguitata. Io e Akaljot abbiamo una speciale amicizia e i simboli della mano e della spada che si associano ben rappresentano questa amicizia.” Akaljot fece un cenno di approvazione alle parole del Rabbi, e aggiunse: “Il mio caro amico Rahamim ha ben descritto come la visione di Mata Ji Catherine concordi con la nostra attuale sintonia. Non capiamo però ..., credo di poterlo dire per entrambi …” Il Rabbi annuì e allora Akaljot continuò. “Non capiamo il significato dei guerrieri neri e del guerriero d’argento. Capiamo il pericolo, non chi è il nostro nemico e chi lotta con noi …” Si volse a guardare Catherine e con lui tutti gli altri. Lei sospirò, diede uno sguardo rapido al papa Mattia, poi si volse verso Akaljot che la fissava. “Mi spiace, posso solo dire che sentivo il pericolo imminente, come se stesse per accadere nella realtà, sentivo la sofferenza del Santo popolo guerriero e del popolo di Dio …” Poi aggiunse, dopo un momento di pausa. “Il guerriero d’argento era senza anima … ho percepito un senso profondo di gelo subito prima di svenire.” A quel punto intervenne Mattia. “Devo a questo punto mettere al corrente l’assemblea di quanto scoperto, grazie all’indagine della sicurezza.” Guardò Shengbo Kung, Ufficiale sacrificale di Confucio, con un’intensità che sembrava un atto di accusa, e disse: “Ho avuto modo di sentire i miei amici di Taiwan … A quanto pare Shengbo non è potuto venire e ha mandato una delegazione per scusarsi e rappresentarlo …” A questo punto il falso Ufficiale sacrificale di Confucio si alzò con un movimento fulmineo e scattò verso l’uscita. La sedia cadde con un forte rumore, che spiccò tra le voci spaventate degli altri membri dell’assemblea. Un drone volante comparve con un sibilo però all’improvviso davanti alla porta ed emise un impulso elettromagnetico che paralizzò completamente il fuggitivo. L’uomo cadde a terra come un sacco vuoto. Subito accorse il personale della sicurezza che prelevò l’uomo svenuto. Papa Mattia, prese la parola per spiegare quanto accaduto: “Questo falso Shengbo Kung è in realtà un automa …” L’assemblea sembrò emettere all’unisono un mormorio di sorpresa e poi ci fu un silenzio. La notizia turbò quasi tutti. “Aveva con sé una dotazione di esplosivi sufficienti a cancellare l’intera cittadina da questo mondo … Per un motivo che non abbiamo potuto ancora capire, l’ordigno che custodiva al suo interno non è stato innescato … e la visione di Catherine non si è avverata …”.
L’accaduto e la spiegazione del papa furono argomento di discussione ancora per gran parte della giornata. L’assemblea si riunì ancora per alcuni giorni e produsse notevoli riflessioni sulla necessità di cercare d’influire sugli eventi del tempo. Si concordò una linea comune da presentare ognuno ai propri fedeli, per favorire il percorso dell’unità di tutta la specie umana. Il pericolo corso aveva forse prodotto l’opposto di quello che i mandanti dell’attentato avevano sperato.
Mattia non era riuscito a risalire alla provenienza dell’automa, così tanto fedele da aver ingannato tutti. Alla fine dell’assemblea però aveva ricevuto una visita inattesa da parte di uno degli ospiti, Sabri Luqman, il Grande Imam di Al-Azhar. “Che la pace, la misericordia e le benedizioni di Dio siano con voi.” Mattia ricambiò il saluto. Dalla finestra si vedevano delle foglie sollevate da una folata di vento improvvisa. Il soffio del vento aveva per un momento attirato la loro attenzione. Il Grande Imam, continuò: “Immagino che abbiate capito che quello che ha bloccato i nostri nemici, secondo la volontà di Dio, è stato il mio dispositivo di protezione personale …” Mostrò l’anello d’argento con la pietra d’agata che portava al dito. La pietra cambiò colore e lampeggiò per un momento. Mattia si rilassò, quasi emise un sospiro di sollievo. “Grazie per averlo condiviso. Sapevamo che il blocco all’ordigno dentro l’automa doveva essere stato causato da una protezione in grado di disattivare i suoi circuiti quantistici, ma non avevamo idea di dove fosse stato collocato. Purtroppo l’automa in qualche modo ci è stato sottratto, o è riuscito a riattivarsi ed è fuggito, quindi non abbiamo potuto effettuare esami approfonditi. Probabilmente l’automa doveva aver dedotto che il congegno che gli aveva impedito di finalizzare la sua missione fosse custodito da Catherine. Per questo provò a ucciderla la prima notte. Curiosamente in quella circostanza utilizzò una tecnologia molto simile a quella del suo anello per disattivare i circuiti quantistici del sistema di accesso della stanza in cui Catherine riposava …” Il Grande Imam si mostrò sorpreso e guardò il suo stesso anello con un senso di timore e sospetto. Al suo ritorno avrebbe cercato di capire chi poteva aver fornito quella loro tecnologia all’esterno. Mattia in quel momento percepì un senso di disagio, come se qualcosa, nonostante tutto, non tornasse.
In quel momento l’automa, il finto Shengbo Kung, stava facendo rapporto ai suoi creatori: “Operazione conclusa con successo. Tutti i risultati desiderati sono stati ottenuti!”